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Quale via donna occidentale?

Per discutere e ragionare sul tema “Donne, Famiglia e Lavoro” partiamo dalla lettura dell’art. 37 Cost. e, per una sua corretta interpretazione, dai punti più salienti e significativi del dibattito in sede costituente:

art.37 Cost.:

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.” (https://www.nascitacostituzione.it/02p1/03t3/037/index.htm)

Discussione Costituente

Merlin Angelina PSI

Osserva che il riconoscimento della funzione sociale della maternità non interessa solo la donna, o l’uomo, o la famiglia; interessa tutta la società. Proteggere la madre significa proteggere la società alla sua radice, poiché intorno alla madre si costituisce la famiglia e, attraverso la madre, si garantisce l’avvenire della società. Di qui la necessità di istituzioni assistenziali e previdenziali, delle quali tratta l’articolo 3.

Federici Maria DC

Effettivamente la madre è una lavoratrice quando si trova ad essere capo-famiglia, sia per ragioni di vedovanza che per altri motivi; in tal caso la donna ha bisogno di tutte le garanzie riconosciute al lavoratore capo-famiglia, e di tutte le garanzie predisposte per la tutela della maternità ed infanzia, che in questo caso devono assumere un carattere più efficiente che nei confronti della madre la quale vive nella sua famiglia regolare, con l’aiuto e l’appoggio del marito. Vi dovranno perciò essere speciali disposizioni di legge che garantiscano la figura della madre capo-famiglia.

Noce Teresa PCI

Osserva che la lavoratrice capo di famiglia è quella che mantiene la famiglia e per mantenere la famiglia fa un lavoro. Ma la donna lavoratrice non è soltanto l’operaia, bensì anche quella che, avendo una numerosa prole da allevare, non può lavorare; in tal caso viene a mancare la qualifica di capo-famiglia che le consentirebbe di godere di una determinata assistenza.

Fanfani DC

«Alla donna lavoratrice sono riconosciuti, nei rapporti di lavoro, gli stessi diritti che spettano al lavoratore».

Introducendo questo secondo comma, si avrà anche modo di fare un solenne riconoscimento dell’eguaglianza dei diritti su questo terreno, tra gli uomini e le donne, non per il fatto che abbiano sesso diverso, ma la stessa capacità.

Presidente Ghidini PSI

Chiarisce poi che la frase dell’articolo proposto dall’onorevole Fanfani: «le condizioni di lavoro devono consentire il pieno adempimento delle funzioni e dei doveri della maternità» va riferita ai bisogni della lavoratrice, specialmente nel delicato periodo che precede e segue il parto.

Moro DC

Proporrebbe la seguente formulazione: «Alla donna lavoratrice sono assicurati tutti i diritti che spettano al lavoratore ed inoltre è garantita in ogni caso la possibilità di adempiere, insieme al suo lavoro, alla sua essenziale missione familiare».

Basso PSI

Dichiara di non approvare l’aggettivo «essenziale» perché ritiene che la missione dell’uomo nella famiglia sia altrettanto essenziale quanto quella della donna. Comprende la necessità di specificare che si assicurino alla donna le condizioni per adempiere alla sua missione familiare, ma esclude che si debba dire che questa missione è più essenziale di quella dell’uomo.

Mastrojanni Liberali

si dichiara d’accordo sul principio contenuto nell’articolo, purché rimanga l’espressione «essenziale». Infatti, il fenomeno dilagante dell’attività della donna nel campo sociale e politico come nel campo del lavoro comune, ha portato come conseguenza l’indebolimento della compagine familiare e dell’educazione dei figli.

Se si trascurasse di affermare questo principio essenziale, che cioè la funzione naturale della donna è quella che la natura le ha attribuito, comprendente non solo la procreazione ma anche la difesa e l’educazione dei figli, si verrebbe ad ammettere il principio che si possa anteporre alla funzione naturale biologica della donna, la funzione economica e sociale. Di conseguenza, ritiene che la parola «essenziale» abbia un significato dal quale non si possa prescindere, nel senso che si deve ritenere che la donna rimanga quanto è più possibile nella sua funzione naturale, e che il resto della sua attività nella vita pubblica e lavorativa sia considerato come accessorio e non come essenziale.

Per queste ragioni propone che l’espressione «essenziale» rimanga nella formula, e che anzi ne sia meglio rafforzato il concetto, di modo che non possano sorgere equivoci per il futuro.

Togliatti PCI

Dichiara che era sua intenzione astenersi dalla votazione della formula contenente la parola «essenziale»; ma le considerazioni dell’onorevole Mastrojanni lo spingono a votare contro di essa. Dichiara di accettare il principio che l’attività familiare ha una grandissima importanza nella vita della donna; di non accettare il concetto espresso dall’onorevole Mastrojanni, che la funzione naturale della donna è tutta nella attività familiare, mentre tutte le altre attività sono poste in seconda linea. È dell’opinione che soltanto quando la donna si sia inserita nella vita economica e sociale, riesca a garantirsi un tale sviluppo della propria persona, per cui anche l’adempimento della sua funzione familiare viene ad essere adeguato a quelle che sono le necessità personali. Pertanto, se l’espressione «essenziale» viene proposta come aggiunta nello spirito che è stato chiarito dall’onorevole Mastrojanni, dichiara che voterà contro la formula.

Dossetti DC

Indubbiamente il lavoro deve rendersi compatibile con la missione della donna. Ci sono ragioni evidenti di carattere fisiologico, le quali portano come conseguenza che la donna deve incontrare maggiori ostacoli nella esplicazione della sua missione familiare; e allora è opportuno dire che lo status di lavoratrice della donna deve essere tale da assicurare la parità di trattamento giuridico, e nello stesso tempo una condizione che le garantisca la possibilità di esplicare la sua missione familiare. Questo era l’animus col quale l’oratore ha proposto l’articolo e questa era anche l’intenzione dell’onorevole Togliatti.

Dichiara che voterà a favore del mantenimento dell’aggettivo «essenziale», ma nel significato oggettivo di questa parola che gli pareva fosse ammesso da tutti prima che altre interpretazioni ne sviassero il significato.

Basso PSI

Dichiara di votare contro l’aggettivo “essenziale”. Poiché tutti sanno quale è la missione della donna, ritiene che il solo fatto di sentire il bisogno di aggiungere questo aggettivo equivalga a dare a tale parola un significato diverso; ed è per questa ragione che si oppone alla proposta. È invece favorevole alla dizione dell’articolo senza tale aggettivo.

Commento di Oden

La questione del rapporto tra femminilità, lavoro e famiglia risulta di fondamentale importanza perché si colloca al cuore del modello sociale che si intende realizzare. Che cosa vogliamo porre a fondamento di tutto quanto? Quale deve essere il mattone primario su cui edificare armoniosamente l’edificio sociale?

Il mattone che NOI Umanisti poniamo a fondamento della società è la vita umana, non in senso banalmente biologico ma teleologico, come finalità da realizzare sul piano pratico e spirituale: si tratta di porre come obiettivo il raggiungimento della felicità tramite il soddisfacimento dei bisogni definiti da un più generale bisogno di sensatezza e di vita buona: il modello nel suo complesso deve ruotare intorno a questo principio fondante.

Nel progetto della carta del 1948, nel suo testo originale, la promozione e la massima tutela della famiglia (artt. 29-31 https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-ii/articolo-29) e della vita umana sono poste quali pietre fondanti della società, così che il resto della legislazione sociale ed economica della Repubblica ne diventino, nel loro armonioso insieme, il logico sostegno e accompagnamento.

La famiglia, culla della nuova vita, ha accolto ciascuno di noi offrendoci in primo luogo una protezione dal mondo esterno e dalla “natura matrigna” di leopardiana memoria, e in secondo luogo quelle forme di attaccamento e socializzazione primaria, vale a dire l’amore dei genitori, che rappresentano il fondamento di un carattere equilibrato e forte, ciò che ne fa il primo e fondamentale momento etico della comunità.

La famiglia è una istituzione storica e quindi da questo punto di vista non potrebbe essa definita “naturale”: l’aggettivo compare in effetti in Costituzione in senso prettamente “storicista”, non biologico-funzionale. Ovvero in natura si dà sì unione tra maschio e femmina, ma non c’è alcun riconoscimento della loro pari dignità sociale né alcuna legge che riconosca e tuteli tale unione. Come ebbe a precisare Moro, con la consueta finezza, in seduta plenaria: “Escluso che qui «naturale» abbia un significato zoologico o animalesco, o accenni ad un legame puramente di fatto, non si vuol dire con questa formula che la famiglia sia una società creata al di fuori di ogni vincolo razionale ed etico. Non è un fatto, la famiglia, ma è appunto un ordinamento giuridico e quindi qui «naturale» sta per «razionale».

D’altra parte, non si vuole escludere che la famiglia abbia un suo processo di formazione storica, né si vuole negare che vi sia un sempre più perfetto adeguamento della famiglia a questa razionalità nel corso della storia; ma quando si dice: «società naturale» in questo momento storico si allude a quell’ordinamento che, perfezionato attraverso il processo della storia, costituisce la linea ideale della vita familiare.”

Ossia la famiglia nucleare fondata sull’amore e l’eguaglianza dei coniugi, capace quindi di tenere insieme affettività, libertà moderna e progettualità, rappresenta il punto di arrivo di un processo di apprendimento storico, a cui peraltro ancora oggi non si vedono alternative minimamente credibili: la “famiglia” queer, sempre precaria e revocabile, teorizzata dalla Murgia è un buon esempio negativo della perdurante validità del modello nucleare.

Occorre però tenere bene a mente che gli articoli costituzionali 29-31 risultano inattuati e monchi se non vengono rispettate le disposizioni relative ai rapporti socio-economici, garanzia di un’effettiva attuazione e armonizzazione di libertà individuale e partecipazione sociale dei cittadini attraverso la rimozione di quegli ostacoli materiali che fin troppo spesso affievoliscono e mortificano le potenzialità dell’amore coniugale. La Costituzione forma una trama coerente che sta e cade nel suo complesso: si preoccupa quindi di realizzare la protezione della famiglia predisponendo le condizioni per un ambiente in cui i fattori esterni di stress famigliare siano ridotti al minimo: garanti della serenità famigliare sono quindi in primo luogo la stabilità lavorativa e il riconoscimento dignitoso del frutto del proprio lavoro, poi un sistema sanitario di ottima qualità, un supporto alla crescita e alla cura dei nuovi nati e degli anziani, un senso pieno di appartenenza alla propria comunità che includa la partecipazione alle scelte riguardanti lo sviluppo, la programmazione degli investimenti, l’organizzazione del territorio, le scelte redistributive, ecc. ecc.

Del resto chi vorrebbe dare alla luce dei figli per poi vederli soffrire in condizioni lavorative precarie o addirittura miserabili, privi di una casa di proprietà, condannati a salari di (stentata) sopravvivenza o alla disoccupazione, intrappolati da debiti, mutui, affitti, impossibilitati a risparmiare, schiacciati dal costo della vita, sprovvisti di servizi essenziali? In effetti è merito di una recente ricerca sulla crisi demografica nel nostro paese aver rimesso saldamente sui piedi la spiegazione di un fenomeno spesso ricondotto a fattori “culturali” che si librerebbero nell’aria sganciati da concrete prassi sociali, secondo una prospettiva che, di riffa o di raffa, è pur sempre espressione di una visione del mondo liberale, quali che siano le intenzioni soggettive di chi la propone: https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf. Un buon esempio dell’inestricabile legame tra valori e prassi sociali lo fornisce il concetto di “povertà relativa”. Con questa espressione si intende riferirsi alla percezione di insoddisfazione di bisogni materiali (ossia carenza di beni e servizi volti a esaudire desideri ritenuti irrinunciabili), senza che all’identificazione di tale variabile si accompagni una riflessione sul legame esistente tra preferenze individuali e manipolazione consumista. Con ciò naturalmente non si intende suggerire che l’Uomo non debba desiderare altro rispetto ai bisogni minimi necessari, anzi…approfondiremo questo concetto in un futuro articolo, per il momento limitiamoci a sottolineare che il superamento della soglia di povertà assoluta spesso non consente di travalicare anche quella di povertà relativa, permanendo quindi una condizione ben poco propizia alla stabilità della coppia e allo slancio procreativo.

La costruzione di una famiglia risulta condizionata da tutti questi fattori istituzionali che, certo, possono talvolta risultare più o meno faticosamente superabili ma chiaramente non è realistico, essendo anzi logicamente contraddittorio, proporre come modello famigliare l’eccezionalità e l’eroismo rispetto a una normalità che fin troppo spesso trasforma la vita famigliare in peso sul cuore anziché in ali della libertà.

La Costituzione è ovviamente ben lontana da questa visione disincarnata della libertà: la promozione della famiglia è saldamente fondata su una proposta di cittadinanza sociale ispirata da una lettura “personalista” del modello keynesiano-welferista diffusosi nell’Europa occidentale dopo la fine della guerra, che ha il proprio perno in una visione del lavoro come veicolo di emancipazione individuale e collettiva (artt. 1,3,4 Cost.), cioè sull’impegno della Repubblica a realizzare un modello socioeconomico che permetta all’Uomo di liberarsi il più possibile di preoccupazioni e ansie connesse alla precarietà lavorativa.

Al paradigma costituzionale si contrappone – in quello che in prospettiva storica si presenta chiaramente come un regresso politico e culturale – quello del capitalismo liberale che in Europa trova la sua più coerente e rigida realizzazione nel trattato istitutivo dell’Unione Europea concluso a Maastricht. Il quadro regolativo comunitario pone a fondamento della società un’economia di mercato fortemente competitiva, il pareggio dei bilanci pubblici, il divieto di intervento statale, se non in chiave pro mercato, l’indipendenza della banca c€ntrale e un sistema di cambi fissi con libera circolazione di merci e capitali che offre come unico strumento di aggiustamento degli inevitabili squilibri tra i paesi, alimentati da una corsa al ribasso dei salari secondo un meccanismo mercantilista ben noto agli studiosi del gold standard ottocentesco, l’austerità ossia deflazione salariale e distruzione/privatizzazione dello stato sociale; di recente pare ritornato in grande spolvero anche un altro vecchio classico: la guerra. Tale modello considera la realizzazione dell’interesse collettivo il prodotto di un’eterogenesi dei fini provvidenzialmente generata dal perseguimento del massimo profitto capitalistico individuale. Dopo decenni di crescita stentata, una devastante crisi finanziaria la cui ombra ancora ci aduggia, un’accumulazione sempre più finanziarizzata e centralizzata che penalizza, come ovvio, i lavoratori dipendenti, e aspiranti tali, ma che lascia anche i piccoli imprenditori alla mercè di forze che li privano di qualsiasi reale indipendenza, i limiti e le contraddizioni di un modello, che pure la storia dell’Ottocento e della prima metà del Novecento avevano illustrato in ogni devastante piega, dovrebbero (di nuovo) risultare evidenti. Uno dei paradossi più detestabili è, appunto, che il capitale, dopo aver rimosso i vincoli naturalistici malthusiani che caratterizzavano le società premoderne, ne ripropone di nuovi e ancora più costrittivi di tipo istituzionale. Ma, in fondo, perché stupirsene?

“Se i lavoratori non agiscono in unione sindacale, ma riducono le loro richieste e cambiano le proprie dimore e occupazioni secondo quanto richieda il mercato del lavoro, essi alla fine troveranno lavoro […] E’ necessario ripristinare la possibilità del lavoro di muoversi liberamente da un’industria all’altra e da un paese all’altro. Non è il capitalismo che è responsabile dei “mali” della disoccupazione di massa permanente, ma le politiche che paralizzano il suo funzionamento.” (L. von Mises, Socialism, New Haven, Yale University Press, 1951, pp. 485 e 487).

Von Mises coglieva lucidamente la logica del funzionamento del capitalismo e la sua sostanziale incompatibilità con quelle protezioni lavoristiche e welferistiche che hanno caratterizzato il trentennio d’oro e si sono dimostrate capaci di assicurare, pur certo non senza alcuni ritardi e scompensi, una crescita nel suo insieme equilibrata, in senso quantitativo e qualitativo, e priva di significative crisi: un risultato frutto di un lungo percorso di lotte e di un dolorosissimo processo di apprendimento storico coronato da due guerre mondiali.

La distruzione della famiglia appare quindi conseguenza del tutto prevedibile del ritorno a logiche di convivenza che si ritenevano ormai superate, oggi potenziate da un micidiale apparato simbolico-tecnologico capace di penetrare ancora più intimamente i processi di socializzazione e quindi produrre atomizzazione e trasformare la mercificazione in un senso comune dissolutivo delle relazioni fondate sulla fiducia e l’amore: in sostanza, di ciò che per cui vale la pena vivere.

Riconoscendo al contrario la vita, intesa come relazione, quale forza primaria dell’Uomo, il suo spirito, noi vogliamo fare sì che chiunque sia messo nelle condizioni di poterne godere appieno e tramandarla, ovvero di potersi realizzare nella propria famiglia!

In questo senso la donna e l’uomo, complementari l’una all’altro, devono essere tutelati nella loro relazionalità famigliare. In particolare la donna deve essere posta nelle condizioni di poter scegliere di essere madre assieme a suo marito nel momento in cui essi lo desiderino nel loro Amore. L’interpretazione corretta del termine “essenziale” è appunto “possibilità complementare” di realizzazione per ogni donna e ogni uomo all’interno della Famiglia!

Ciò significa che le donne unitamente agli uomini devono essere liberati da tutte quelle limitazioni socio-economiche che condizionano le libere scelte di accudimento della prole. Qui va anche sfatato un mito: il lavoro femminile non è certo una “conquista” recente; nel corso della storia le donne – naturalmente dei ceti popolari – hanno sempre condiviso, secondo le loro possibilità fisiche, questo duro fardello, e non certo limitatamente ai soli lavori casalinghi, con gli uomini.

“Le donne erano impiegate anche in mestieri pesanti che in genere si tende a considerare riservati agli uomini. A Tolosa tra il 1365 e il 1371 nel cantiere per la costruzione del Collegio Périgord uomini e donne erano impiegati in numero quasi uguale e le donne trasportavano pietre e mattoni in ceste che con aiuto degli uomini si piazzavano sulla testa .” (C. M. Cipolla, Storia economica dell’Europe pre-industriale).

E’ stato solo nel trentennio dorato che, per la prima volta a livello di massa, la donna ha potuto effettivamente essere sollevata dalla necessità di lavorare (certo, talvolta anche con limitazioni legali ormai anacronistiche e inaccettabili). Si tratta quindi di recuperare – e, perché no? Anche ampliare – questo recente traguardo emancipatorio. La donna deve in sostanza essere posta nell’effettiva possibilità di scegliere di continuare a lavorare, se ciò la fa sentire realizzata, senza subire il ricatto della sopravvivenza economica. Se costretta a lavorare controvoglia per mantenere la famiglia il lavoro andrebbe ad alienare la sua piena realizzazione in quanto madre a scapito anche dei figli, a cui verrebbe sottratto tempo di accudimento, educazione e accompagnamento nel loro percorso di crescita fisica e intellettuale. Naturalmente il termine “scelta” va qui inteso in senso ampio, ossia in relazione a tutte le possibili forme di socializzazione; in termini semplici, va preliminarmente rifiutato l’aut-aut “o lavori e metti i figli all’asilo e gli anziani con la badante o stai sempre a casa a badare a figli e nonni/genitori”: dev’esserci modo e tempo, per esempio, di poter lavorare a tempo parziale avendo a disposizione servizi per la cura della prole e dei nonni, se bisognosi, ma anche incontrare le proprie amiche, fare sport, studiare, dedicare tempo al marito o se stessi, filosofare ecc. ecc. Il tema della partecipazione al lavoro da parte dei genitori di figli anche molto piccoli non si riferisce soltanto ad aspetti economici, ma alla necessità di non restare isolati in casa, costretti al puro accudimento senza supporti. In altri termini, anche il lavoro di riproduzione e di cura famigliare deve essere dignitoso. E’ per sciogliere questi nodi che sono stati scritti gli artt. 29-31, a partire dall’esigenza che salario di un solo genitore debba bastare non solo al sostentamento dignitoso di sé stesso, ma di tutta la sua famiglia!

Questo orizzonte non è un libro dei sogni: è se mai il suo abbandono che si rivela, ogni giorno di più, un carosello di incubi. La pretesa che la Repubblica adempia i suoi doveri costituzionali appare ormai un’esigenza di sopravvivenza; non è casuale, però, che ricette di buon senso si collochino in un documento che pone a proprio fondamento “il pieno sviluppo della persona umana”: se, come ha detto Ulrich Beck, “non esistono soluzioni individuali a contraddizioni sistemiche”, queste contraddizioni vanno preliminarmente identificate sulla base di un parametro normativo controfattuale: è precisamente quest’orizzonte di “utopia sociale” che fornisce un guida coerente alla critica delle drammatiche storture strutturali che oggi colpiscono e mortificano gli individui.

Per questo come uomo ritengono non solo fondamentale, ma assolutamente necessario, avere le donne al nostro fianco in questa nostra lotta!

E tu donna occidentale? Quale via?

Approfondimenti

per l’unità famigliare anche nel Cognome: leggere qui.

Per approfondire su tema donna, diritti ed U€ vs Costituzione italiana:

Parte 1:https://orizzonte48.blogspot.com/2013/05/le-mamme-gli-investitori-esteri-e-la.html

Parte 2:https://orizzonte48.blogspot.com/2013/05/continua-le-donne-e-la-guerra-delleuro.html

e qualche bella immagine della Famiglia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Dipinti_sulla_Sacra_Famiglia

https://www.manifestipolitici.it/SebinaOpacGramsci/resource/per-la-difesa-della-famiglia-votate-per-il-partito-comunista-italiano/GRA00002778
https://www.eletteedeletti.it/rappresentazioni/il-partito-comunista-difende-la-famiglia/

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