Due giugno: Festa della Repubblica o festa dell’ipocrisia?
Il due giugno si celebra la Festa della Repubblica. Ma quale Repubblica? Ottant‘anni fa gli italiani non votarono per una democrazia liberale, una democrazia procedurale; votarono per una democrazia sociale, quale avrebbe ricevuto forma nella Costituzione, in quel momento ancora da scrivere dall‘Assemblea eletta in concomitanza con il referendum istituzionale. Stremati dopo una lunga guerra a cui erano stati condotti da un regime che li aveva privati della libertà, gli italiani ritennero di trovare nella protezione del lavoro, nel welfare e nella partecipazione politica e sindacale mediata dai partiti di massa quelle garanzie di pace e libertà che rappresentano ancora oggi la lezione più preziosa e duratura delle catastrofi del Novecento.
Nel carosello dei discorsi ufficiali non si dice però che di quella Repubblica resta poco o niente, in pratica solo la facciata. Ipocritamente si tace che gli obiettivi dichiarati sono stati rovesciati nella pratica: la politica si trova costretta a rispettare i vincoli del Patto di Stabilità, le compatibilità imposte dal vincolo esterno, la “deflazione risanatrice”, trista replica della politica della lesina imposta negli anni Venti dal fascismo.
Coerenza allora vorrebbe che si scegliesse una data diversa per l’euroregime che è seguito alla repubblica del due giugno: forse il primo gennaio, a ricordare l’entrata in vigore dell’euro e quindi la perdita di una politica economica autonoma, tesa a raggiungere gli obiettivi indicati dalla Costituzione? Forse il primo dicembre, anniversario del Trattato di Lisbona, a ricordare l’impostura di usare quel trattato per imporre cambiamenti fondamentali senza dirlo chiaramente, visto che i popoli avevano già rifiutato l’idea di una costituzione europea? Forse l’otto maggio, a celebrare il pareggio di bilancio in Costituzione? Non vi è che embarras de richesse.
Alla parata del due giugno ci vorrebbe qualcuno che gridasse che l’imperatore è nudo, che dicesse che gli italiani sono costretti da decenni a fare finta di vivere nella “Repubblica nata dalla Resistenza” invece che da quella partorita dal Trattato di Maastricht, fondato sulla stabilità dei prezzi, la disoccupazione e il verticismo tecnocratico. Un castello di cartapesta simbolico, edificato sul sistematico rovesciamento del significato delle parole, che imbelletta e nasconde, sempre meno efficacemente, una ferocia autoritaria reale.
Non sta bene ormai ricordare che la democrazia, la nostra democrazia, è un’altra cosa. Pare brutto: chi lo fa va relegato ai margini di un discorso serio come se fosse un buffone o un sognatore.
Intanto l’imperatore continua a mostrarsi senza veli. L’importante è che la forma venga rispettata, che le cerimonie si ripetano, che le liturgie si celebrino, sia pur sempre più stancamente; se poi il pubblico scarseggia e gli elettori latitano, meglio così. Meno seccatori in giro.
Senza lasciarci intimidire da accuse di passatismo rivolte da chi sostiene prospettive intellettuali ben più vetuste, continuiamo quindi a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, proposto da Lelio Basso. Tale principio cornice ha da concretizzarsi nel diritto al lavoro, a una retribuzione dignitosa, alla tutela del risparmio, della salute, in una prospettiva personalistica capace di proteggere e mediare libertà individuale e bisogni sociali secondo una formula delicata ma corposa di cui non si vedono alternative credibili, o anche solo accettabili, all’orizzonte.
Nel frattempo possiamo sì celebrare il due giugno: non però accodandoci alla sfilata di frasi fatte e slogan ipocriti, ma in senso polemico, rivendicando che la Costituzione è ancora vigente nonostante il congelamento in cui l’ha paralizzata il neoliberismo vincolista, i cui nodi, lungamente anticipati, stanno ormai sempre più venendo al pettine: “esso potrà condurci dalla povertà delle nazioni, alla rassegnazione o alla esasperazione dei diseredati”1. E alla guerra.
- Federico Caffè, In difesa del welfare state, Rosenberg & Sellier, Torino, 1986, pag. 36. ↩︎
