Sopravvivere al neoliberismo: il caso Italia e il SSN
Affrontando la questione salute va preliminarmente sgombrato il campo da un equivoco: l’obiettivo di offrire protezione dalle malattie evitabili, da morte prematura e un ambiente insalubre non sono un “lusso” che solo una società che abbia già beneficiato di una consolidata crescita economica può permettersi e che quindi un periodo di stagnazione dovrebbe indurre ad accantonare, come in buona sostanza opina il pensiero liberale da un paio di secoli a questa parte, ma, al contrario, è un risultato in gran parte conseguibile anche in un contesto di redditi medi piuttosto bassi ed economia in fase di sviluppo, tanto più che la creazione di quelle che Amartya Sen chiama “occasioni sociali” non costituiscono affatto un freno, ma anzi un volano dello sviluppo. Senza bisogno di aspettare esperienze straordinarie come quella del Kerala o di Cuba, la storia l’aveva reso evidente già più di un secolo fa: “Forse l’effetto più importante del tipo di successo che hanno avuto le economie dell’Asia orientale, a cominciare dal Giappone, è quello di avere del tutto invalidato questo pregiudizio inespresso. Le economie in questione si sono impegnate relativamente presto in un’espansione massiccia dell’istruzione e, in seguito, anche del sistema sanitario, anzi in molti casi hanno avviato l’una e l’altra prima di spezzare i vincoli di una povertà generalizzata. E hanno raccolto quello che hanno seminato. In effetti, come ha sottolineato Hiromitsu Ishi, la priorità dello sviluppo delle risorse umane è particolarmente accentuata agli inizi dello sviluppo economico giapponese, avviato nell’era Meiji; e non si è intensificata con la prosperità economica, che ha reso il Giappone più ricco e molto più opulento.” (Amartya Sen, Sviluppo e libertà, Mondadori)
Dunque mai come nel caso della salute bisogna distinguere con attenzione ciò che sarebbe materialmente da ciò che è politicamente possibile: in sostanza tutte le manchevolezze, e le loro ripercussioni, di cui si accennerà in seguito – prima di tutto la chiusura di molti ospedali, la riduzione all’osso degli organici, l’obsolescenza dei macchinari – non sono una calamità naturale mandata dal cielo, ma un evitabilissimo supplizio sociale e politico, frutto di certi rapporti di forza fra le classi, che in Europa ha trovato cemento istituzionale nel processo di integrazione, il vero e proprio fulcro del neoliberismo europeo e particolarmente italiano.
A fronte di una popolazione invecchiata e aumentata di 5 milioni:

si assiste, in 40 anni, all’amputazione di 400.000 posti letto ospedalieri su 588.000:

Certo, si potrebbe ottimisticamente opinare che il progresso tecnologico abbia ridotto i tempi di degenza in ospedale, riducendo la necessità di posti letto e infrastrutture; i documentati sovraffollamenti ospedalieri nei periodi di picco influenzale, gli allungamenti delle liste di attesa per esami preventivi, gli aumenti dei tempi di attesa nei pronto soccorso già nei decenni pre 2020, la sempre più scarsa igiene, e infine la vicenda Covid 2020, i cui catastrofici risultati, su cui dirò qualcosa di più preciso, vengono ancora incredibilmente vantati dai protagonisti politici di quella folle stagione, hanno però chiaramente confutato ogni facile ottimismo.
Alla prova dei fatti si è registrata una significativa correlazione tra aumento della mortalità e disponibilità di posti letto durante la prima ondata della pandemia; in un articolo apparso su una rivista top di settore per impact factor (per quel che valgono queste misurazioni) come The International Journal of Health Policy and Management è stata sostenuta l’esistenza anche di un nesso causale: “Hospital stress was found to be the crucial factor in explaining the variability of death rate, while the others had negligible relevance.” (Bigiani, Bigiani e Bigiani, 2020 https://www.ijhpm.com/article_3847.html).

Una breve sintesi della gragnuola di tagli che ha colpito il servizio sanitario, con bella continuità fra un governo e l’altro, con buona pace della retorica dell’alternanza con cui era stata caldeggiato l’abbandono del sistema elettorale proporzionale, è qui rappresentata:
- 43 miliardi di euro tagliati negli ultimi 14 anni
- 810 ospedali pubblici chiusi negli ultimi 40 anni (-45,6%, dai 1.813 del 1983 agli attuali 996)
- 43.000 medici e infermieri in meno negli ultimi 10 anni
- 70% di posti letto tagliati, ordinari e di terapia intensiva, tra il 1975 e oggi (dai 10,6 posti letto ordinari per 1.000 abitanti del 1975 ai 3,2 del 2024 e dai 10,4 posti letto di TI per 100.000 abitanti del 1975 ai 2,6 del 2020)
Almeno una visita su dieci in ospedale se la pagano gli italiani di tasca propria, ma il ricorso al privato riguarda tre casi su dieci se si considerano solo quelle ginecologiche e quasi il 20% in caso ricorso al cardiologo: https://orizzonte48.blogspot.com/2019/10/il-destino-dellitalia-10-sanita.html. Tra gli esami è invece l’elettrocardiogramma quello che gli italiani pagano con più frequenza anche se, per incidenza, svetta su tutti l’ecografia ginecologica: oltre una sue tre (il 36%) è a carico dei pazienti: https://www.ilsole24ore.com/art/boom-visite-private-ospedali-pubblici-oltre-su-dieci-paga-cittadino-AFFx7PsC.
I tagli sono evidenti anche dal dato macro della spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL:

Notevolissimo il declino del periodo montiano anche in un contesto di PIL in contrazione, mentre il picco positivo del periodo Covid dipende essenzialmente dal tracollo del PIL al denominatore.
Altro periodo meno recente, ma altrettanto evidente, è quello “Amato-Ciampi” della crisi del ’92.
Come si intuisce il rapporto spesa pubblica/PIL è influenzato da molti fattori: richiede quindi una certa cautela interpretativa. L’aumento della spesa sanitaria/PIL può essere correlato all’aumento dell’età media della popolazione, che appunto richiede maggiori risorse per essere curata e quindi produce un aumento della spesa sanitaria rispetto agli altri settori del paese, oppure a un effettivo miglioramento di strutture e servizi (ipotesi poco credibile considerati le centinaia di strutture chiuse e il taglio dei posti letto…), oppure può anche dipendere da una mancata crescita o riduzione delle altre componenti del PIL a denominatore (Y(PIL)=G+C+I+(X-M)), come la spesa pubblica negli altri settori (G), i consumi (C) e gli investimenti (I) privati o un eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni (X-M<0), evenienze che hanno ripetutamente accompagnato l’Italia di Maastricht. Se, come nel periodo montiano, il rapporto cala nonostante la riduzione del PIL al denominatore, ciò significa che i tagli alla sanità sono stati ancor più che proporzionali rispetto alla caduta del PIL.
Operando una scomposizione della spesa sanitaria in tre diversi macro-settori (salari, farmaci e prodotti intermedi) risulta che la componente che ha più sofferto, in termini percentuali, è stata proprio quella salariale, in coerenza col disegno anti-lavoristico del quadro istituzionale europeo, mentre quella relativa ai farmaci, con dubbi benefici per i pazienti, è perfino aumentata: un dato che induce a ricordare l’invocazione di una nazionalizzazione del settore farmaceutico avanzata a suo tempo da Federico Caffè: “Anche oggi la sinistra accetta un terreno di discussione proposto da altri. Non riesco a comprendere, per esempio, perché il partito Comunista debba rinunciare programmaticamente a qualsiasi estensione del settore pubblico dell’economia. In particolare, non vedo perché non si dovrebbe nazionalizzare almeno l’industria farmaceutica.”: https://transform-italia.it/1947-1977-gli-stessi-errori/?pdf=14469.

La combinazione dei due dati sotto riportati, ossia il numero totale di dipendenti del settore sanitario e quello dei contratti a tempo determinato che lo caratterizza, attesta che il rinnovato aumento del personale, ad ogni modo insufficiente rispetto alle reali esigenze di invecchiamento della popolazione e di innovazione tecnologica, si presenta come potenzialmente transitorio e facilmente revocabile alla prima crisi. Precarietà e incertezza accompagnano in effetti ormai da anni la condizione dei lavoratori del settore: solo negli ultimi 3 anni sono stati 15.000 gli infermieri italiani costretti ad espatriare a causa degli stipendi troppo bassi e delle condizioni di lavoro; negli ultimi anni complessivamente se ne sono andati circa 50.000 infermieri e 130.000: medici https://www.fnopi.it/2025/05/12/rapporto-fnopi-presentazione/.

Come ho accennato, ed è opportuno specificare e ribadire, questi tagli sono il frutto inevitabile del processo di integrazione europea e in particolare di una moneta unica che, replicando in forma ancora più rigida i vizi dello SME, alimenta la corsa alla compressione salariale nei paesi in surplus e l’afflusso di capitali in quelli in deficit, per poi scaricare su questi ultimi i costi di aggiustamento di bilancia dei pagamenti, imponendo l’austerità. In questo caso abbiamo anche abbondanti pistole fumanti, dalla famigerata lettera di Trichet e Draghi, fino alle reiterate raccomandazioni di Commissione e Consiglio, tutti in coro a ripetere la tetra filastrocca dei necessari tagli di spesa pubblica:
- lettera BCE Draghi-Trichet 2011: https://www.ecb.europa.eu/ecb/access_to_documents/document/pa_document/shared/data/ecb.dr.par2021_0001lettertoItalianPrimeMinister.en.pdf;
- raccomandazioni del consiglio UE all’Italia sul taglio alla spesa sanitaria pubblica datate 2015-2016: https://commission.europa.eu/publications/2015-european-semester-country-specific-recommendations-italy_en e https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32016H0818(01)&from=EN.
Naturalmente l’epilogo austeritario rappresenta un momento di fuga in avanti di un processo di più lungo periodo: se per accedere al paradiso €urista l’Italia procedette negli anni Novanta a uno dei più grandi piani di privatizzazione, e più in generale di liberalizzazione economica, mai visti al mondo, anche la logica delle politiche sanitarie è stata pesantemente influenzata da questo cambiamento di paradigma.

Come si può notare dal grafico su riportato, che mostra il numero di riforme strutturali varate dai paesi occidentali tra il 1980 e il 2013, tra le economie avanzate l’Italia ha compiuto il maggior numero di riforme strutturali dopo la Grecia, del cui poco invidiabile primato essa può ringraziare l’influenza che la cura della Troika esercita sul dato del periodo 2008-2013.
Alcune liberalizzazioni italiane interessanti per la nostra analisi sono state:
- legge n. 502 del ’92, opera del governo Amato, che ha introdotto l’attività libero professionale all’interno degli ospedali pubblici;
- legge n. 517 del ’93 del governo Ciampi, che ha trasformato le USL (Unità Sanitarie Locali ad amministrazione comunale) in ASL (Aziende Sanitarie Locali), ovvero aziende dotate di autonomia organizzativa, gestionale, tecnica, amministrativa, patrimoniale e contabile;
- legge n. 662 del ’96 del Governo Prodi (riforma Bindi) che ha consacrato l’intramoenia, permettendo l’esercizio privato sfruttando strutture pubbliche;
- legge Lorenzin, e il successivo Decreto Ministeriale 2 aprile 2015 n. 70 (https://www.camera.it/temiap/2016/09/23/OCD177-2353.pdf), che fissa tetto massimo di 3 posti letto per mille abitanti e porta le vaccinazioni obbligatorie da 4 a 10 sotto pena di esclusione dei bambini dalla scuola materna e di sanzioni pecuniarie dalle scuole elementari in poi.
Non occorre avanzare ipotesi dietrologiche circa il disegno strategico sotteso a questo rosario normativo visto che sono stati diversi protagonisti di quella stagione di “riforme” a esplicitarlo. Un celebre ministro dell’economia economista, tra gli artefici della moneta unica, ebbe così impudicamente ad esprimersi sul principale quotidiano italiano: “Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del xx secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità.” (T. Padoa-Schioppa, “Berlino e Parigi ritorno alla realtà”, in «Corriere della Sera», 26 agosto 2003, p.1)
L’unico problema è che il vituperato “diaframma” in Italia si chiama Costituzione repubblicana: come procedere quindi alla sua “attenuazione”? A spianare la strada ai padri ricostituenti europeisti aveva provveduto preventivamente la Corte Costituzionale con la sentenza 455 del 16 ottobre 1990, che ha sancito la subordinazione del diritto universalistico di accesso alle cure alla risorse finanziarie di cui dispone il legislatore del momento. Essendo la moneta fiat una risorsa artificiale che la banca centrale di emissione non può mai esaurire (teste Mario Draghi: https://www.youtube.com/watch?v=7EYW85tcKuo), e quindi la sua scarsità una pura e semplice scelta politica, è evidente l’abdicazione – sociologicamente non molto sorprendente per chi non nutra particolari illusioni formaliste – da una seria difesa dei diritti sociali da parte della Corte Costituzionale; la lettura in controluce del recente attivismo dei giudici del Palazzo della Consulta in materia di fine vita finisce col risultare così alquanto macabra. D’altra parte il “coraggioso” modello canadese – che ha almeno il pregio di squadernarci davanti agli occhi i risvolti logici della retorica della scarsità delle risorse – grazie al quale una morte su cinque è ormai dovuta ad eutanasia, è stato introdotto proprio in nome del risparmio economico, rievocando calcoli costi/benefici che si pensavano relegati a un passato superato come quello nazista, la cui poco ricordata condivisione col liberalismo del paradigma della scarsità delle risorse dovrebbe indurre a qualche confronto non troppo rassicurante col presente: https://www.cbc.ca/news/canada/manitoba/medically-assisted-death-could-save-millions-1.3947481.

Per comprendere appieno la dinamica operativa del “vincolo esterno” europeo occorre prestare attenzione ai conti con l’estero e quindi alla bilancia dei pagamenti, in particolare al saldo delle partite correnti.
Già a prima vista la tendenza che sfocia nella crisi 1992, con connessa “cura” Amato, sembra mostrare qualche similitudine con la stessa tendenza negativa che culmina nella crisi 2010 e successiva “cura” Monti.

In effetti l’Italia nel 1979 è entrata nello SME, un sistema di cambi fissi con bande di oscillazione, divenuto poi SME “credibile” dal 1987, con ulteriore riduzione della banda (per l’Italia si passò dal 6% al 2,25%). Come ha scritto quel grandissimo studioso che è stato Augusto Graziani: “Le revisioni dei cambi nominali furono sempre minori di quello che il differenziale di inflazione avrebbe indicato come necessario. […] Il marco tedesco, rispetto alle altre valute europee, è stato progressivamente svalutato in termini reali e le altre valute europee si sono andate rivalutando in termini reali rispetto al marco, il che ha messo evidentemente in difficoltà le esportazioni degli altri paesi comunitari.” (Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Torino, Bollati Boringhieri, pag. 137). In altre parole, come va ripetendo da anni un valente economista tedesco di lungo corso come Heiner Flassbeck (per esempio qui: https://www.rosalux.de/en/publication/id/6773/the-systemic-crisis-of-the-euro-true-causes-and-effective-therapies), un regime di cambi fissi, o una moneta unica fra paesi diversi, si può reggere solo se nei paesi membri la crescita reale dei salari segue la dinamica di quella della produttività, più l’obiettivo nominale di inflazione comune; se alcuni paesi comprimono questa crescita, in altre parole riducono il salario relativo – una dinamica del tutto normale e ricorrente nel capitalismo – essi finiscono per svalutare in termini reali la propria valuta, o il proprio tasso di cambio implicito, rendendo sopravvalutati quelli dei paesi a maggior inflazione relativa, come l’Italia, danneggiandone la competitività internazionale e quindi la bilancia dei pagamenti: le partite correnti italiane finirono infatti in uno squilibrio pluriennale con connesso aumento dell’indebitamento estero, una dinamica facilitata dalla progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitali, anch’essa veicolata dall’integrazione europea (https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/free-movement-of-capital-in-the-eu.html) e dal famigerato divorzio Tesoro – Banca d’Italia, che, liberando la banca centrale nazionale dall’onere di calmierare i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico, ne consentì un aumento tale da rendere attraente per gli investitori internazionali finanziare il nostro deficit estero, senza recuperi di competitività ma con gonfiaggio di una bella bolla finanziaria, pronta a esplodere alla prima crisi internazionale: https://goofynomics.blogspot.com/2012/11/il-romanzo-di-centro-e-di-periferia.html. A quel punto – certo – in teoria il paese in surplus potrebbe aumentare la propria domanda interna, ossia i salari, diretti e indiretti, consentendo ai paesi in deficit un aggiustamento morbido; come purtroppo è però ben noto fin dai tempi del gold standard, è impossibile obbligare i paesi creditori a politiche espansive, lasciando così i debitori con l’alternativa tra austerità e default. Siccome il debito, particolarmente quello internazionale, non è un semplice fatto contabile ma, come, tra gli altri, David Graeber ci ha illustrato con dovizia di esempi storici, un rapporto di potere, formidabili pressioni interne e internazionali – il famigerato “spread” – spingevano per la prima soluzione, le cui conseguenze sociali e distributive dovrebbero ormai esserci divenute tristemente familiari.

Ad esempio, la crisi del ’92 fu affrontata con la “cura” Amato, ovvero il debito estero accumulato venne ripagato tramite privatizzazioni delle aziende pubbliche, prelievo forzoso dai conti correnti degli Italiani, tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse. L’Italia uscì dallo SME nel ’92 tornando a un regime di cambio flessibile.
Nel periodo compreso fra il ’92 e il 96′ l’impiego della leva del cambio consentì un rapido e indolore recupero della competitività internazionale, con aggiustamento della bilancia dei pagamenti e ripartenza della crescita interna.

L’Italia è poi rientrata nello SME nel 1996 per non uscirne più, passando dal 1999 all’€uro.
Dal 1996 al 2010 la dinamica deflazionista tra paese centrale e paesi periferici si ripete: la Germania pratica una svalutazione reale, la bilancia dei pagamenti – ovviamente non solo italiana – peggiora e dopo la grave crisi del 2008 si riduce l’afflusso di crediti e monta la pressione per la restituzione dei debiti (ancora si ricorda il FATE PRESTO a caratteri cubitali apparso sul Sole24 Ore: https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-09/fate-presto-225103.shtml?uuid=AapjvGKE). L’esistenza di un’analogia tra le due crisi è stata argomentata da Alberto Bagnai su LaVoce: https://lavoce.info/archives/27076/lo-spettro-del-1992/.

La differenza fondamentale col ’92 è che l’Italia rimane perinde ac cadever nell’€uro, riuscendo nella dolorosissima impresa di recuperare competitività attraverso la “distruzione della domanda interna”, come poco delicatamente, ma realisticamente, si espresse Monti in una intervista (in inglese) alla CNN (https://www.youtube.com/watch?v=A02A4Kk48nQ) in cui, del tutto correttamente, auspicava anche un’espansione della domanda tedesca, che purtroppo stiamo aspettando ancora oggi.

Come detto, l’austerità è prima di tutto una scelta redistributiva: la competitività perduta viene recuperata non con la svalutazione del cambio ma con quella del salario.

La spesa sanitaria ovviamente non scampa a questi periodi di crisi, i più propizi ad un avanzamento dell’agenda neoliberale in applicazione di quella che Naomi Klein aveva chiamato “shock doctrine”: lo illustra plasticamente il grafico della spesa pro capite. La linea tendenziale mostra due crolli, in connessione con la crisi dello SME e quella dello spread del 2011 e poi un sostanziale appiattimento.

La linea di tendenza 1995-2010, se proiettata fino all’oggi, indica una mancata crescita del 47%!
Può essere interessante operare ora qualche confronto internazionale.

A prima vista, si può azzardare qualche osservazione e ipotesi interpretativa: la buona dinamica tedesca si accompagna a un cambio sottovalutato e un gigantesco surplus; la Francia patisce come noi una sopravvalutazione, con conseguente deterioramento di competitività e aumento del debito estero, destinato a presentare il conto, nonostante l’importanza del paese e le (apprezzabilissime ma oggi ormai rare) resistenze sociali: https://goofynomics.blogspot.com/2023/05/ancora-su-francia-e-italia.html; il cambio spagnolo è anch’esso sopravalutato, ma il paese è percettore netto di fondi UE; la Polonia non ha l’€ ed è pure percettrice netta: parrebbe che dopo tutto fuori dall’euro non ci siano solo pianto e stridor di denti (vedi anche questo twit di un economista tedesco: https://x.com/pat_kaczmarczyk/status/1861332977860432247); l’Italia è contribuente netto dei fondi U€ e corsettata da un cambio sopravvalutato: se i fondamentali economici del paese sono perfino buoni (lo spread non dà pensiero visto che siamo ormai da anni diventati anche noi un paese creditore, ossia la nostra NIIP è in attivo: https://tradingeconomics.com/italy/net-international-investment-position-eurostat-data.html), il malessere sociale, la cui prima spia è la crisi demografica, resta pesantissimo e non certo per responsabilità esclusiva o prevalente dell’attuale governo se non in quanto abbia seguito la strada di quelli che l’hanno preceduto. (Per i disallineamenti tra cambio reale e nominale dei paesi dell’eurozona, vedi: https://goofynomics.blogspot.com/2016/08/i-disallineamenti-delleuro.html). Il Giappone, con una tracollo demografico tra i peggiori al mondo e una tra le popolazioni con età media più elevata, ma privo di vincoli monetari di sorta, può tranquillamente permettersi aumenti superiori ai paesi europei pur con un rapporto debito/PIL che ha ormai raggiunto il 250% senza che i mercati scatenino Cavalieri dell’Apocalisse di sorta. Altro paese demograficamente in rapido invecchiamento, e quindi più bisognoso dei servizi di cura e sanità, è la Corea del Sud:

Come ha illustrato nei suo libri il famoso economista coreano Ha-Joon Chang, il percorso di sviluppo del suo paese, come peraltro di tutti i paesi industrializzati, è passato attraverso un lungo periodo di protezionismo industriale, in questo caso iniziato negli anni ’60, senza che alla classe dirigente coreana venisse il simpatico uzzolo di tentare unioni monetarie con gli ingombranti vicini Cina e Giappone. I risultati di questa autonomia politica hanno consentito a un paese dalle caratteristiche paragonabili a quelle dell’Italia di passare dai 5€ di spesa pubblica sanitaria pro-capite reale nel 1970, ai 158 € nel 1990 fino agli attuali 1600 €/pro capite, in linea ormai con la spesa europea (italia circa 2000€/pro capite e la più alta Germania 4000€/pro capite), con un trend impressionante.
Per concludere, agli operatori della sanità e a tutti i cittadini si pone in sostanza una domanda: come ridare forza e portata universale al giuramento di Ippocrate ed evitarne il rovesciamento contabile, cioè la sostituzione del primato della persona con i (presunti) imperativi funzionali del sistema?
Insomma, qual è la ricetta per coniugare crescita interna ed equilibrio dei conti esteri (e quindi la pace!)?

“Quando il nemico ti ha portato a combatterlo con le armi da lui scelte, a usare il linguaggio che lui ha inventato, a farti cercare soluzioni tra le regole che lui ha imposto, hai già perso tutte le battaglie, compresa quella che avrebbe potuto vincerlo” Sun Tzu “l’arte della guerra”
Non è possibile pensare di rilanciare un impegno a garantire effettività e universalità del diritto alla salute senza rompere la gabbia dei vincoli finanziari, e connessi periodici shock, e tecnocratici cristallizzati nei trattati europei. Questa è la condizione necessaria ma non sufficiente, ovviamente; l’alternativa canadese non sembra del resto davvero molto più attraente.
All’interno delle istituzione liberali, di cui oggi l’unione europea costituisce un modello molto avanzato, nel continente, la sola “via di uscita” a un equilibrio dei conti con l’estero è la periodica macelleria sociale dell’austerità. Occorre quindi uscire dal recinto ideologico e legislativo del libero mercato internazionale, rompere il vincolo esterno, “non accettare il terreno di discussione proposto da altri”, cioè negoziarne limitati margini di agibilità per tornare invece a un’applicazione della carta costituzionale come vincolo interno rigido. Virando verso un controllo pubblico del credito e della moneta (art. 47 Cost.), con cambio flessibile (l’ideale internazionale sarebbe ancora oggi un cambio aggiustabile sul modello del Bancor keynesiano) e controllo della circolazione dei capitali sarebbe possibile assicurare un equilibrio di lungo periodo della bilancia dei pagamenti, quindi rapporti meno tesi e più pacifici coi nostri partner commerciali, anch’essi beneficiari di uno sviluppo della domanda interna, e guidato da politiche anti-cicliche e di sviluppo, investimenti pubblici liberati dai vincoli di deficit, di pareggio di bilancio e di divieti di aiuti di Stato, così da poter anche redistribuire il lavoro su tutto il territorio nazionale, e realizzare i diritti enunciati nella Carta, dal lavoro all’istruzione, dalle infrastrutture alla manutenzione del territorio, dalle pensioni fino, ovviamente, alla salute.
P.s. un sentito ringraziamento ad Arturo per il suo enorme contributo alla stesura del testo e al reperimento delle fonti


